Inserito da: stefano anedda | 21 Luglio 2008

LAICITÀ NON SIGNIFICA ATEISMO

di STEFANO ANEDDA

LEGGEVO l’interessante intervento del filosofo Giorello sulla sua Rubrica del Magazine del Corriere. Racconta un breve aneddoto: “In Spagna Zapatero toglie i crocifissi da scuole e altri edifici pubblici: nessuna confessione religiosa può avere carattere statale. Per il cardinale Julian Herranz si violerebbe invece la sensibilità della maggior parte della popolazione. Ma in una società libera non si vede ragione di concedere privilegi a una maggioranza qualsiasi, magari a scapito della sensibilità di minoranze che si sentono urtate dall’ostentazione dei simboli cattolici nelle strutture pubbliche. [...] “.

Giustissimo questo intervento. Penso infatti che lo Stato, garante di tutti, e non solo della maggiornanza, non debba permettere che qualsiasi religione, o movimento politico, o etnia etc. abbia una condizione di favore rispetto agli altri, come, d’altro canto, lo Stato deve sempre e comunque consentire la libertà di ogni cittadino di professare qualsiasi religione o a pensarla come vuole, nel pieno rispetto, sempre da tener presente, dei diritti e delle libertà altrui.

Lo Stato in questo campo non deve promuovere nulla, e quindi ne l’ateismo nè la credenza. I suoi compiti sono altri.

Deve pensare a tutelare tutti i propri cittadini. Cittadini tutti uguali davanti allo Stato.

E allora, per riprendere una delle massime crtistiane: Tutti uguali.


Risposte

  1. Intervengo solo per richiamare alla nostra memoria le parole di un grande giurista ed intellettuale del passato.

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    Arturo Carlo Jemolo, Coscienza laica, in Il Mondo, 24 gennaio 1956.

  2. Intervengo solo per richiamare alla nostra memoria le parole di un grande giurista ed intellettuale del passato.

    …Ci sono cattolici tiepidi, materiali, peccatori, i cui interessi per la vita associata si esauriscono però per intero entro l’ambito della Chiesa e mai si rivolgono allo Stato; e ci sono cattolici fervidi, che conoscono la comunione quotidiana e l’adorazione notturna, che credono fermamente nei miracoli, e che invece sono dei “laici”.

    Giacché l’essere “laico” significa semplicemente questo: accettare il presupposto di uno Stato che debba accogliere credenti e non credenti e riconoscere a tutti eguali diritti ed eguale dignità.

    La legge della confessione religiosa può ben essere per questi “laici” quella che più li interessa, che più preme su loro. Possono, in un paese che ammetta il divorzio ed il matrimonio civile, non considerare neppure la possibilità che l’istituto del divorzio si applichi nella loro famiglia, non pensare neppure a matrimoni non benedetti dalla Chiesa; possono non leggere i libri all’Indice se non abbiano il permesso del vescovo; possono osservare, nelle piccole e nelle grandi cose, tutti i precetti della Chiesa. Ma hanno però accettato una premessa: che quei precetti non debbano avere altra sanzione all’infuori di quella ecclesiastica, le censure, le scomuniche; siano obbligatori soltanto per chi appartenga al corpo dei fedeli, sicché il vedersene escluso rappresenti per lui una mutilazione; che mai invece si possa pretendere dallo Stato un qualsiasi appoggio a quelle prescrizioni; che la legge dello Stato debba essere tale da potersi imporre a credenti e non credenti, senza offendere i sentimenti né degli uni né degli altri: liberale, in quanto non possa mai imporre ad alcuno di operare o agire contro le sue convinzioni, sotto la pressione, anche indiretta, della perdita di una utilità.

    Questo è veramente il punto decisivo; l’aver posto come pietra angolare nella propria coscienza politica l’idea di uno Stato, o di una società, che sia cosa non solo distinta dalla Chiesa e dalla società religiosa, ma indipendente: che cioè accolga chi della società religiosa non fa parte, e per quanto possibile ignori i convincimenti religiosi dei cittadini, guardando solo a ciò, ch’essi siano buoni cittadini.

    Arturo Carlo Jemolo, Coscienza laica, in Il Mondo, 24 gennaio 1956.


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